Get Adobe Flash player
 44 visitatori online

Repubblica Marinara

Indice
Repubblica Marinara
La politica della Repubblica
Passano gli anni...
Tutte le pagine

Le quattro città marinare d'Italia: Amalfì, Genova, Pisa e Venezia all'inizio dell'undicesimo secolo assumono caratteri propri e governi autonomi dando vita così alle quattro gloriose Repubbliche Marinare.
Per mare e per terra si combattono i pirati saraceni e si aprono, nello stesso tempo, i presupposti per i traffici commerciali. Per Pisa il X secolo si chiude con le migliori prospettive di sviluppo per il futuro. Durante l'anno 1003 i Pisani si trovano in conflitto con i Lucchesi che, per voler contrastare la potenza marinara di Pisa, sono duramente battuti. Seguono nuovi successi: la conquista di Reggio Calabria nell'anno 1005 e della Sardegna nel 1017,
con la sconfitta del re saraceno Mugahid che si era rifugiato nella stupenda isola mediterranea.
Pisa diventa quindi padrona della Sardegna, contrastata però, nei suoi interessi di espansione commerciale, da Genova.
Nel periodo che va dal 1030 al 1035 sono conquistate da quello che ormai era diventato lo stato pisano, Cartagine. Bona e Lipari. Anno 1051-52: il grande ammiraglio Jacopo Ciurmi passa all'occupazione della Corsica provocando ancora di più il risentimento dei genovesi. Pochi anni più tardi, nel 1063, un altro ammiraglio pisano, Giovanni Orlando, conquista Palermo, scacciandovi i pirati saraceni che ne avevano fatto un loro covo. Pisa acquisisce una propria indipendenza, pur mantenendosi fedele all'Impero, senza porsi in posizione di servitù.

Le « Leggi o Consuetudini di Mare » sono istituite dai Pisani e riconosciute dal Papa Gregorio VII nel 1075. Intanto la flotta pisana continua le spedizioni nell'Africa del nord conquistando Tunisi nel 1088. Il Papa Urbano II attribuisce alla città in piena espansione economica, politica e militare, la supremazia sulla Corsica e sulla Sardegna (1092). Ancora oggi dopo quella data lontana gli arcivescovi di Pisa continuano a chiamarsi « Primati di Sardegna e di Corsica » nel ricordo di un passato che stenta a morire e che forse non morirà mai. La prima crociata (1089-99) è per tutta la cristianità una buona occasione di aprire nuovi civilissimi orizzonti all'Europa imbarbarita. I Pisani partecipano numerosi alla nobile spedizione e si dimostrano decisivi nella presa di Gerusalemme.
E così termina un secolo foriero di grandi speranze per la città di Pisa. Il secolo successivo trova i Pisani alla conquista di nuovi centri commerciali sulla costa siriaca ed essi ottengono anche privilegi dall'imperatore romano d'Oriente Alessio Comne no. Nell'anno 1114 una potente flotta pisana muove alla conquista delle isole Baleari da dove i Mori vengono scacciati. I consoli pisani, unitamente all'arcivescovo Pietro Moriconi e ai valenti marinai e soldati di Pisa, dopo due anni di feroci ed aspri combattimenti, espugnano Iviza, Majorca e Minorca. Ricche prede cadono in mano ai Pisani che si affrettano ad inviarle alla loro patria lontana. Da questo avvenimento storico il nome della Repubblica Marinara pisana viene temuto e rispettato da tutti e ovunque le navi di Pisa portano con sé l'orgoglio e la potenza di una città veramente libera, ricca e prospera. Nel 1132 San Bernardo riunisce a Pisa il concilio che affermerà i diritti di Papa Innocenzo II. La città si scaglia con tutta la propria ira sui nemici del Papa infliggendo severe sconfitte agli Amalfitani. Crescono intanto spontanee rivalità e lotte tra i piccoli stati italiani. I Pisani combattono bravamente contro Lucca e Genova, tra il 1164 ed il 1175, e si schierano decisamente dalla parte di Federico I Hohenstaufen che, dal colore della sua barba fluente, è entrato nella storia col nome di Barbarossa. Alla crociata voluta da Gregorio Vili, e, successivamente, da Clemente III, la flotta pisana partecipa agguerrita sotto il comando supremo dell'Arcivescovo Lanfranchi (1186). Il XII secolo si chiude con una guerra (quella del 1194) contro Genova quale segno premonitore di una tragedia che doveva consumarsi ai danni di Pisa di lì a 90 anni. A questo punto però, cominciano i primi segni di stanchezza per la città; si formano gruppi di persone, dagli interessi contrastanti, organizzate nelle due linee politiche principali di quei tempi, i due maggiori « partiti » medievali: Guelfi e Ghibellini. Pisa si schiera decisamente dalla parte dell'Imperatore Federico II (nipote del Barbarossa) incurante degli strali e della scomunica scagliatale contro da Papa Gre- gorio IX. D'altra parte, nel 1241, un gran numero di vescovi e di cardinali, che si re- cavano a Roma per un concilio, sono catturati dai Pisani che, per questo, sono immediatamente scomunicati dall'iroso Gregorio IX.


 

A questo punto la politica della Repubblica si complica ancora di più per la minacciosa coalizione guelfa delle città tradizionalmente nemiche: Lucca, Firenze e Genova. La città diventa conservatrice; lo slancio iniziale, che aveva visto la città repubblicana alla conquista di un grande spazio commerciale, subisce una battuta d'arresto. Nell'anno 1250 muore il grande protettore della città: Federico II di Svevia. Nella successiva guerra, Pisa subisce gravi perdite e deve accettare, di conseguenza, la pace assai onerosa dell'anno 1256 impostale da Lucca e Firenze; ma la riscossa pisana non si fa attendere. Anno 1258: Genova è battuta per mare dall'alleanza tra Veneziani e Pisani. Lo scontro generale tra i Guelfi e i Ghibellini avviene in una località nei pressi di Siena, a Montaperti, nell'anno 1260. Molto sangue generoso viene versato in quella battaglia fratricida, vinta dal ghibellino Farinata degli Uberti, e quindi dai Pisani, che partecipano numerosi con la loro armata. Ma quando re Manfredi (figlio di Federico II) viene a morte, le fortune dei Ghibellini italiani, Pisani inclusi, calano paurosamente.

 

Nel clima delle feroci lotte tra le città italiane matura la tragedia del la battaglia navale della Meloria. Un isolotto roccioso e disabitato, dove sol tanto gli uccelli marini osano avventurarsi, la Meloria si erge nel blu del Mediterraneo a poche miglia dalla costa toscana e dalla foce dell'Arno. Gli storici dicono che il 6 agosto 1284 era una giornata tranquilla  piena di sole, con il mare leggermente increspato, con ampi voli di gabbiani pre datori di spazi, dai gridi rauchi e striduli come risa smorzate. Le due flotte di Ge nova e Pisa si scrutavano minacciose con le ciurme pronte alla lotta, consapevoli che il destino di una delle due città do veva compiersi per sempre. Furono innal zate preghiere ai rispettivi Santi protet tori di Pisa e di Genova: San Panieri e San Giorgio.
Il comportamento eroico dei marinai pisani non valse a salvarli da una tremenda sconfitta. Al termine di quella infausta giornata la migliore gioventù pisana giaceva per sempre sotto le onde del Mediterraneo; e non c'è altro posto in Italia dove le acque sono così intensamente verdi e azzurre come quelle che circondano la Meloria.
Forse anche il buon Dio quella sera ebbe il suo daffare a separare San Ranieri e San Giorgio che si erano, con ogni probabilità, santamente accapigliati nelle azzurre prospettive del Paradiso degli eroi. La sera di quel fatidico giorno di agosto ogni famiglia pisana piangeva almeno un caduto che si era battuto valorosamente, ma senza fortuna, nei pressi della Meloria. L'ombra del tradimento si affaccia ancora oggi inquietante su quella sfortunata battaglia; il conte Ugolino della Gherardesca, considerato traditore della patria pisana, fu rinchiuso in una torre, quella dei Gualandi, e colà fu fatto morire di fame insieme ai figli e ai nipoti.
Per questo Dante si scaglia con furore contro Pisa nella sua Divina Commedia definendo la città « novella Tebe » e « vituperio delle genti ». Ma Dante era un fiorentino, non un pisano, e forse non sapeva, o non voleva sapere, che oltre ventimila pisani, pieni di vita e di giovinezza, erano caduti alla Meloria per l'infame tradimento del loro concittadino.



Passano gli anni; la decadenza della città si accentua. Guido da Montefeltro solleva
momentaneamente le sorti della città ghibellina sconfiggendo, nel 1293, i guelfi fiorentini. Ma Pisa deve comprare la pace a patto di esonerare da qualsiasi incarico il Montefeltro. Un'altra fatale conseguenza è la cessione della Corsica, sette anni dopo. Gli interessi contrastanti di classi in perpetua lotta tra loro fanno piombare Pisa nel caos. Soltanto il giovane imperatore Arrigo VII nella sua discesa in Italia, fa, in qualche modo, rinverdire le speranze delle città ghibelline, Pisa inclusa.
Ma Arrigo VII muore inaspettatamente nel 1313 tra il dolore e il rimpianto di tutti i Ghibellini. Il suo corpo viene sepolto all'interno della Cattedrale pisana in un sarcofago, insigne opera di Tino di Camaino, dove ancora oggi mani ignote spesso depongono fiori in ricordo del giovane imperatore tedesco dalla bionda chioma che tante speranze aveva suscitato in molti italiani. Dopo la decadenza delle libere istituzioni comunali che avevano reso la città grande e potente, subentra il momento delle Signorie. Il primo signore di Pisa è Uguccione della Faggiola. Egli conquista Lucca e vince la lega dei Guelfi toscani nella battaglia di Montecatini (1315). Poi Uguccione, che nel contempo si era fatto tiranno, viene scacciato nel 1316. Successivamente divengono Signori di Pisa i della Gherardesca, ma non possono evitare la perdita della Sardegna invasa dagli Aragonesi di Spagna che se ne impossessano tra il 1323 e il 1326. Altre famiglie si succedono intanto alla Signoria. Castruccio Castracani governa la città, quale vicario imperiale, tra il 1327 e il 1328. Alla sua morte prendono il potere successivamente Giovanni Tarlati e Bonifazio Novello della Gherardesca (1329-41). Quest'ultimo, in particolare, regge le sorti della città con molta efficienza e grande fermezza. Andrea Gambacorti succede al Gherardesca nel 1374, un anno dopo la fine di un'ulteriore guerra contro Firenze risoltasi disastrosamente per Pisa. Giovanni dell'Agnello diviene per poco tempo Signore di Pisa (1364-68) lasciando pessima memoria di sè. Pietro Gambacorti, ottimo governante di Pisa, viene pugnalato a morte dal cugino, Jacopo d'Appiano, nel 1392. Il figlio del D'Appiano, Gherardo, arriva a vendere la Signoria ai Visconti di Milano, che si affrettano a cederla ai fiorentini, in cambio di un notevole quantitativo di oro, nel 1405. L'ira dei pisani esplode allora con estrema violenza, ma ma niente può ormai arrestare la ruota della storia. Pisa è accerchiata dai fiorentini e deve cedere per fame. Nel 1406, il Commissario della Repubblica Fiorentina, Pier Capponi, prende possesso della città, umiliata e sconfitta, abrogando le sue libertà e la sua antica indipendenza. Il Rinascimento a questo punto è un fatto acquisito della cultura italiana. Pisa, città medievale, si spegne lentamente nel ricordo della passata grandezza. Con la calata in Italia del re francese Carlo VIII,  (1494) si riaccende per un momento, la fiaccola delle speranze di libertà; Pisa si ribella ai padroni fiorentini ma nel 1509, dopo un ulteriore assedio, devono cedere ancora. La storia di Pisa si confonde ormai con quella di Firenze. Nel 1553 Alessandro de'Medici si proclama Duca, in odio alla Repubblica Fiorentina, e per questo viene acclamato liberatore dei pisani. Con l'avvento dei Medici al potere, lo statp moderno va delineandosi nelle sue linee essenziali. La realtà antica di un diritto tirannico di conquista e di sfruttamento dei vincitori sui vinti, viene gradualmente sostituita dal concetto di un governo organico centrale al quale tutti i cittadini devono rispondere. Sotto il ducato dei Medici, Pisa ha grandi vantaggi.